L’esordio normativo del governo in materia di semplificazione fiscale è stato semplicemente deludente.
Contrariamente a quanto annunziato nel contratto di governo, il c.d. “redditometro” non viene abrogato: il “decreto dignità” (art. 9) si impegna assai più modestamente ad un suo restyling. Le modifiche, da affidarsi inevitabilmente ad un nuovo decreto ministeriale, sostitutivo di quello, ora abrogato, del 16 settembre 2015, avranno effetto solo per gli accertamenti sintetici di maggiori imponibili relativi ai periodi d’imposta a partire da quelli in corso al 31 dicembre 2016, ma, anche per detti periodi d’imposta, vengono fatti salvi gli effetti di eventuali atti di accertamento già notificati.
La decisa sterzata (ma sarebbe forse più appropriato parlare di inversione a U) pare essere riconducibile ad una illuminazione improvvisa: nel breve arco di un mese o poco più, ci si sarebbe resi conto del fatto che il redditometro, vecchio arnese agonizzante già da oltre un anno (vedi qui un’impietosa fotografia del suo accertato grado di inefficacia) potrebbe tornare ancora utile per la lotta all’economia sommersa: tanto si legge infatti nella relazione illustrativa di accompagnamento: “La norma intende aggiornare lo strumento di accertamento del reddito delle persone fisiche previsto dall’art. 38, comma quinto, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 ( cd. redditometro) e riorientarlo maggiormente in chiave di contrasto all’evasione fiscale derivante dall’economia non osservata“.
Mentre attendiamo di capire in che modo sarà possibile rivitalizzare il redditometro, trasformandolo nell’arma di punta della lotta al sommerso, prendiamo nota del fatto che il decreto ministeriale, destinato a rimpiazzare quello abrogato, potrà ora essere emanato solo una volta sentiti (i) l’ISTAT e (ii) le associazioni maggiormente rappresentative dei consumatori per gli aspetti riguardanti la metodica di ricostruzione induttiva del reddito complessivo in base alla capacità di spesa ed alla propensione al risparmio dei contribuenti. Non è qui il caso di indugiare sulle ragioni del coinvolgimento dell’ISTAT e delle associazioni di categoria dei consumatori (il cui numero è per ora non noto così come non noti, sebbene intuibili, sono i parametri sui quali si misurerà il loro grado di rappresentatività). E’ però certo che tale coinvolgimento allungherà i tempi di gestazione del provvedimento normativo, ragione per cui pare ci dovremo rassegnare ad una lunga attesa prima di riuscire a comprendere in che modo il “nuovo redditometro” ingaggerà la sua personale lotta all’economia sommersa.
Anche lo “spesometro” (altro strumento condannato a morte dal programma di governo) non viene abrogato. Ci si limita ad un rinvio della scadenza per l’invio dei dati del terzo trimestre 2018 a febbraio 2019, insieme, quindi, all’invio dei dati del quarto trimestre dell’anno corrente (art. 10).
In questo caso, però, la spiegazione c’è ed è semplice: è infatti appena il caso di ricordare nuovamente (vedi post del 4 giugno 2018 “New deal fiscale del governo Lega – Cinque stelle: è vero cambiamento?“) che lo “spesometro” è stato già abrogato dall’art. 1, comma 916, della legge di bilancio 2018 (legge 27 dicembre 207, n. 205) con decorrenza dal 1° gennaio 2019. Può dunque concludersi che l’intervento in tema del “decreto dignità” non abbia in fin dei conti alcunché di sostanziale, limitandosi di fatto a procrastinare una scadenza.
Non può infine farsi a meno di osservare che anche il “governo del cambiamento” non viene meno alla deprecabile tradizione di derogare alle norme dello “Statuto dei diritti del contribuente” (legge 27 luglio 2000, n. 212): all’art. 7, infatti, nel dettare una stretta sul credito d’imposta per gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo (art. 3, d.l. 23 dicembre 2013, n. 145), fa decorrere i suoi effetti dal periodo d’imposta in corso alla data di pubblicazione del decreto e non da quello ad esso successivo, come prescritto dall’art. 3 dello Statuto.
In definitiva, al primo vero test, il contratto di governo firmato poco più di un mese fa da Lega e Movimento Cinque Stelle pare essere stato già relegato alla condizione di enunciazione vuota di intenti da disattendere all’occorrenze e secondo le convenienze o le necessità del momento.
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